C'era una volta Lucio Dalla. Un poeta del quotidiano, capace di essere dissacrante, surreale e sovversivo anche parlando delle cose apparentemente più banali. Nel 1977 pubblicò “Come è profondo il mare”, il suo primo album in cui era anche autore dei testi. Un disco bellissimo, a tratti sconvolgente perché coraggioso, visionario. E incredibilmente contemporaneo. Dentro c’è tutto. C’è l’ambiente. Ci sono le discriminazioni. Ci sono gli ultimi e gli emarginati. Ci sono il potere, la solitudine, il sesso, la diversità. E poi c’è Disperato erotico stomp. Una canzone che, nell’Italia di quegli anni, riesce a parlare di prostituzione con una strana tenerezza, di solitudine con ironia e persino di masturbazione senza trasformarla in volgarità fine a sé stessa. Fu un brano scomodo, osteggiato dalle emittenti istituzionali e diventato invece popolare nelle radio libere.
In questa canzone si respira cervello puramente umano.
E, attenzione, non perché oggi un’intelligenza artificiale non possa generare qualcosa di provocatorio, assurdo o persino scandaloso. Un prompt studiato bene consente senz’altro di liberare il pennello di un pittore, scovando persino l’ispirazione in un pensiero nascosto. Il punto è un altro. Lucio Dalla poteva scegliere di essere scandaloso. E poteva decidere di oltrepassare un confine. Poteva, quindi, assumersi il rischio di non piacere. Un algoritmo può generare una provocazione, ma non ha alcun bisogno interiore di provocare. Un sistema di IA generativa può combinare parole sorprendenti, ritrovandole in un poliedro infinito di proiezioni umane. Ma non sente l’urgenza di rompere una convenzione. Può imitare la trasgressione, ma non ha nulla contro cui ribellarsi. Ed è forse proprio questa una delle differenze che dovremmo continuare a difendere nell’epoca dell’intelligenza artificiale. È la capacità umana non soltanto di elaborare informazioni, ma di immaginare ciò che ancora non c’è, mettere in discussione ciò che appare normale, contaminare saperi lontani, cambiare prospettiva. È anche da questa idea che nasce lo spirito del DIGEAT Festival. Nel profondo Sud, come è stato raccontato in questa splendida intervista sviluppata proprio sui canali di Cyber&Cyber, arriveranno oltre 250 speaker provenienti da tutta Italia, portando esperienze, discipline, sensibilità e competenze differenti. Non per ripeterci quanto siano straordinarie le macchine. Ma per provare a interrogarci insieme su quale futuro vogliamo costruire attraverso di esse. Giuristi, tecnologi, filosofi, archivisti, manager, studiosi, comunicatori, esperti di organizzazione e innovazione digitale saranno a Lecce e Gallipoli non semplicemente per raccontare i “miracoli” della trasformazione digitale, ma per interrogarla attraverso diverse discipline e competenze. Perché davanti alla trasformazione digitale nessuna competenza, da sola, è più sufficiente. Abbiamo bisogno di contaminazione. Abbiamo bisogno di profondità… quasi come è profondo il mare. E, soprattutto, abbiamo bisogno di conservare la capacità di essere scomodi, curiosi, imperfetti, interdisciplinari e persino un po’ sovversivi. Per questo i laboratori formativi del DIGEAT Festival non sono un elemento accessorio del programma. Sono probabilmente il luogo nel quale questo spirito diventa più concreto: non semplicemente assistere, ma entrare nelle questioni, discuterle, mettere insieme competenze diverse e confrontarsi davvero. E per questo ti invito a iscriverti ai laboratori e ai tanti panel gratuiti e, soprattutto, a partecipare. Perché possiamo delegare moltissime operazioni agli algoritmi. Possiamo farci aiutare a scrivere, cercare, analizzare, organizzare, ma il futuro non dovrebbe essere qualcosa che chiediamo a una macchina di prevedere. Il futuro che verrà dovrebbe restare qualcosa che abbiamo il coraggio di immaginare. E Lucio Dalla, quasi cinquant’anni fa, lo faceva magnificamente. Adesso tocca a noi. Ci vediamo al DIGEAT Festival, da giovedì, tra Lecce e Gallipoli. Avv. Andrea Lisi |